Don Mario Follega

“Mostrare a tutti la bellezza e la gioia di essere cristiani” questo è lo scopo della mostra “Videro e credettero” che oggi stiamo presentando e che è stata realizzata da Itaca, per l’Anno della Fede, in collaborazione con il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e con il patrocinio dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI.

Tutto parte da un’affermazione di Benedetto XVI che decise di indire il presente Anno della Fede nella semplice e realistica considerazione che “in un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato” occorre “un rinnovato impulso, che punti su ciò che è essenziale della fede e della vita cristiana”, cioè l’incontro con Cristo, vivo e presente.

Nella stessa enciclica “Lumen Fidei” leggiamo che, oggi, “la fede ha finito per essere associata al buio” nel mondo moderno si è formata la convinzione che per credere bisogna rinunciare alla “ragione”..

Il percorso della mostra, attraverso 32 pannelli, che si compongono di immagini e di testi utili per la meditazione, vuole farci scoprire che è esattamente il contrario, ovvero avere fede significa usare “a pieno” tutte le nostre facoltà intellettive, portare la ragione al massimo della sua dilatazione e delle sue potenzialità.

 

Perché usare delle immagini artistiche per parlare della fede? Ce lo spiega bene la riflessione di Monsignor Fisichella nella Introduzione inserita nel catalogo della mostra. Ogni forma di arte è espressione della bellezza: “La via pulchritudinis – dice Fisichella- rappresenta un percorso probabilmente privilegiato per questi nostri contemporanei che, pur essendosi allontanati dalla fede, possono ritrovare la nostalgia di Dio attraverso la contemplazione della bellezza che parla di Lui”.

Rievocare la nostalgia di Dio nei nostri cuori è l’obiettivo cui la mostra che presentiamo, tende.

Il pannello di presentazione della mostra raffigura un quadro di Eugene Burnand intitolato “il mattino della Resurrezione” in cui troviamo efficacemente narrato l’episodio evangelico di Pietro e Giovanni che la mattina di Pasqua corrono al Sepolcro, ove, Giovanni giunse per primo e viste le bende del Sudario di Cristo, a terra, allora.... “Vide e credette” … (Gv 20, 1-10) … da qui il titolo della mostra.

Con quest’episodio si vuol mostrare come all’inizio del credere, dell’essere cristiani, di un percorso di fede, non c’è una decisione etica o una idea ma un fatto, un incontro, la constatazione sensibile di qualcosa realmente accaduto, così come ci diceva Benedetto XVI nella Deus Caritas Est : All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.

L’uomo, ancor più, in questo tempo “in un mondo, in una società , dopo Gesù e senza Gesù” come ci dice la frase di C. Peguy sul primo pannello della mostra, l’uomo dicevo, ha bisogno, oggi, di questo incontro…perché l’uomo ha bisogno di Dio.

Se Dio non è più nell’orizzonte della vita dell’uomo, l’uomo si perde, come ci spiega la I sezione della mostra..

Sono sotto gli occhi di tutti noi i risultati degli ultimi secoli di storia, a partire dall’Illuminismo ad oggi, secoli durante i quali si è realizzato un progressivo allontanamento dell’uomo da Dio.

Come puntualizzava Benedetto XVI, non solo Dio è diventato per molti il grande sconosciuto , ma la fede è comunemente intesa come separata dalla ragione, ovvero completamente avulsa, estranea alle nostre vite concrete, separata dalla nostra quotidianità, relegata in un angolo della nostra vita interiore: fuori della realtà.

La fede non è più attraente, non è considerata utile per “vivere” e così l’uomo, tutti noi,cerchiamo spesso dei surrogati per soddisfare il desiderio (di infinito, di bellezza, di giustizia, di eterno, di verità) che abbiamo dentro il cuore e che non sappiamo decifrare, e spesso rimaniamo schiacciati dai nostri problemi e dalle preoccupazioni.

Il risultato è che ci troviamo davanti ad un mondo desertificato a quelli che Benedetto XVI ha definito “deserti interiori” - di fronte ai quali l’uomo è sempre più solo e confuso-.

Di fronte a questo “deserto” il Papa Emerito ha indetto l’Anno della Fede, come stimolo per tutti, anche per coloro che sono o si sentono già cristiani, a riconsiderare la propria fede, ad approfondirla e a farla crescere.

L’Anno della fede, come ci mostra quotidianamente Papa Francesco, può essere utile anche come “proposta” -agli scettici, agli atei, ai non credenti- “a fare un pezzo di strada insieme”. (Papa Francesco a Eugenio Scalfari).

Anche chi è credente, anzi forse ancor più chi è credente, deve fare lo sforzo di non dare nulla per scontato, e deve, nel proprio cammino di fede, quasi ricominciare da capo, ripartire dalle origini e iniziare a riconsiderare la propria fede in termini concreti, perché, come diceva Don Giussani “una fede che non possa essere reperta e trovata nell’esperienza, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe (stata) una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto.”

E, pensare, come ci ha detto Papa Francesco (omelia 7.4.2013) in una delle sue prime omelie che: la pazienza di Dio deve trovare in noi il coraggio di ritornare a Lui qualunque errore o qualunque peccato ci sia nella nostra vita.

La Mostra, con il suo percorso, attraverso le immagini e le meditazioni, ci invita a riflettere sul fatto che nel nostro mondo desertificato la fede può essere, anzi è, l’unico strumento utile per affrontare ogni circostanza della vita.

L’idea centrale della mostra, infatti, è l’esperienza della fede, come “un avvenimento reale nella vita dell’uomo”, un avvenimento che accade, in un luogo, in un giorno, attraverso incontri concreti, con fatti con persone, incontri imprevisti, apparentemente casuali, ma al tempo stesso decisivi per l’esistenza.

Entrare in rapporto concreto con Dio, da quando Egli si è fatto carne in Cristo, è un fatto vero, incontrabile, non è più uno sforzo della mia mente, ma un fatto. Io posso incontrarLo, oggi nei volti di alcune persone, così come Lo hanno incontrato ai Suoi tempi gli Apostoli, i discepoli, i suoi contemporanei.

I pannelli ci fanno ripercorrere l’itinerario della fede, rievocando episodi evangelici, ma anche le storie dei santi dei nostri tempi.

Come ha detto Benedetto XVI: “La porta della Fede è sempre aperta per noi”.

Occorre tuttavia che gli uomini del nostro tempo possano nuovamente accorgersi della convenienza umana di varcare questa porta per riscoprire la gioia nel credere e la bellezza di seguire Gesù. Dobbiamo imparare a farLo rientrare nella nostra quotidianità. Dobbiamo “riaccendere nei nostri cuori la speranza della vita magnifica che il Signore desidera donarci e scoprire quante tracce di eternità sono racchiuse in ciò che ci è dato vivere ogni giorno” (Gianluca Attanasio – Con gli occhi della sposa- pg. 19).

Don Giussani ci diceva nel 1991 (Un evento reale nella vita dell’uomo – pag. 296) : “Il miracolo è la realtà umana vissuta   quotidianamente, senza enfasi eccezionali, ….è la realtà del mangiare, del bere, del vegliare e del dormire investita dalla coscienza di una Presenza che ha i suoi terminali in mani che si toccano, in facce che si vedono, in un perdono da dare, in soldi da distribuire, in una fatica da compiere, in un lavoro da accettare” ed io aggiungo…in una mostra da raccontare…..

Pressentazione Videro e credettero.pdf
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